Il Monaco Fajiettu

Il Monaco Fajiettu

di Celia Pontari

 

 

Questa è una storia di tanto tempo fa, si svolge in un luogo che nessuno sa.

Addormentato su di un alto costone dorme beato un vecchio leone!

Ascoltate bene la mia voce, non si tratta di un animale feroce,

è una piccola città, circondata dal mare e da verde in quantità.

Non credo tu conosca la sua tradizione, ma famoso è il suo nome: Monteleone.

Ora ti dico dove il racconto si svolgerà, nei bassi rioni della città.

Lì vive un folletto che molti dispetti fa, incubi, furti e altre atrocità.

Chi il suo cappello strapperà tantissimi desideri realizzerà.

 

 

Questo è il tempo in cui le case rimanevano aperte tutto il giorno con l’ unica grossa chiave di ferro abbandonata nella toppa, non veniva girata neanche di notte, nessuna paura per gli abitanti di Monteleone, un piccolo paesino della Calabria Tirrenica, oggi Vibo Valentia. La gente si fidava l’ una dell’ altra, anche perché il loro unico terrore era in grado di passare sotto ogni porta chiusa, da ogni crepa formatasi sul muro, attraverso il camino e le finestre sbarrate.

Dovete sapere che non sono solo i boschi ad essere popolati da piccole creature misteriose e dispettose, com’ è che li chiamate? Folletti.

Sono esseri leggendari, piccoli, per niente aggraziati. Corpo antropomorfo, ma mani e piedi pelosi e sproporzionati, occhi grandi ad occupare metà del volto, rossi, saettanti nell’ oscurità. Benevoli o malvagi che fossero a Monteleone erano considerati con rispetto da tutti gli abitanti o meglio, si sforzavano ad apparire ossequiosi, in realtà il loro era solo timore.

Ve n’ era uno che viveva nel rione più famoso e popolato, caratterizzato da una lunga scalinata in pietra detta Cerasarella che divideva da destra a sinistra case popolane, semplici e piccole. Forse per la bellezza e l’ accoglienza del posto che questa creatura decise di stabilirsi lì, per il dispiacere degli abitanti.

Tra tutti i folletti che popolano la Terra il Monaco Fajiettu, questo è il suo nome, era il più dispettoso. Piccolo, maligno solo all’ apparenza per via della sua espressione cinica era benevolo a modo suo. Arrivò a Monteleone in una notte di dicembre, alto non più di venti centimetri, indossava calzoni di saio e un berretto rosso in testa. Spaesato saltellava su e giù dalle basse gradinate alla ricerca di un posto dove poter nascondere la sua pignatta[i] unico bagaglio di viaggio che possedeva, sembrava essere anche pesante e a giudicare da come la stringeva al petto ne era molto affezionato. Balzava da pianta a pianta alla ricerca del posto più sicuro, poi finalmente la crepa del muro di un’ abitazione lo convinse e si rassegnò. Spingeva la schiena contro la pentola e un ghigno di dolore lo rese più brutto di quello che era, la nascose più in fondo possibile, in modo che nessuno potesse trovarla. Finito il lavoro si tolse il berretto per asciugarsi gli unici due fili di capelli che aveva in testa e si accorse che la luce di quella casa era accesa. Non impiegò più di un minuto per trovare il modo di entrare. Nell’ unico letto presente dormiva un ragazzo, il monaco Fajietto dapprima studiò la piccola dimora semivuota, non trovò nulla di interessante da rubare e saltò sul corpo del giovane che dormiva beato, si sedette con le ginocchia contro il suo sterno lo fissò ronfare beato.

 

«Sasà»

 

Lo chiamava come se lo conoscesse già, la sua voce era roca, per niente chiara, parlava coprendo i denti con le labbra aggrinzite, la bocca era eccessivamente larga e le orecchie grandi e appuntite si muovevano ai lati del berretto rosso.

 

«Sasà so cosa stai sognando!»

 

Sorrise sedendosi comodo, questa volta poggiando i piedi nudi e sporchi contro la gola del povero Sasà che cominciò a sentirsi soffocare, tossì e si dimenò nel sonno mentre il Monaco Fajietto sembrava divertito tanto che prese a ridere talmente forte da svegliare il povero Sasà, si mise seduto sul letto, guardò sotto le lenzuola, ma non vide nessuno.

Passarono i giorni e per tutto il quartiere cominciarono ad accadere cose strane: nelle case le finestre si spalancavano da sole, i bicchieri cascavano di mano alla gente senza un motivo o qualcuno che ne provocasse la caduta. Dalla canna fumaria di molti camini provenivano lamenti e subito dopo risate come di un bimbo soddisfatto di uno scherzo andato a buon fine.

 

«U Diavulu!»

 

Gridavano le donne. La gente cominciava preoccuparsi, segnavano una croce con il pollice sulla fronte, spaventati e il Monaco Fajetto se la spassava, apriva i cassetti e si infilava tra le lenzuola pulite, li richiudeva rumorosamente per poi abbandonare quella casa e passare alla successiva. Si divertiva così, facendo dispetti e trovando posti comodi all’ interno delle case dove poter riposare. Si affezionava talmente tanto alla gente che quando questi cambiavano casa a causa sua, per paura che fosse abitata dal demonio, il Monaco Fajietto li seguiva nella nuova dimora. Ma i suoi dispetti non si limitavano soltanto al focolare domestico, eh no! Si divertiva anche a importunare gli animali, aveva imprigionato un rospo che utilizzava come cavalcatura per spostarsi da una parte all’ altra della città e dei rioni popolari. Un pomeriggio in groppa al suo destriero si spinse fino alla parte alta, ai piedi del castello, dove i pastori erano soliti portare le pecore a pascolare e lì cominciò a spaventare capre e agnelli, li fece correre via e inutili furono i richiami del pastore né tanto meno l’ aiuto del suo cane che trovò legato ad una staccionata. Lui ovviamente osservava tutto e rideva compiaciuto.

 

Natale era alle porte e per tutto il quartiere popolare cominciavano a sentirsi odori diversi, gli usci aperti facevano uscire il fumo delle frittellee delle cururicchie[ii] appena fritte. Le donne entravano e uscivano dalle case vicine, si scambiavano pietanze, litigavano quale fosse la zippula[iii] più buona se quella con le acciughe o quella con l’ uva passa.

E’ in questa confusione che il Monaco Fajietto ne approfittò per introdursi nelle abitazioni e si divertì a scambiare di posto gli oggetti, li nascose e alcuni li portò via con se. Le donne rientrate le si udivano urlare, alcune uscivano nel bel mezzo della lunga scalinata ad accusare la propria vicina, chi sbraitava dal balcone contro l’ amica appena andata via dalla propria casa. Questa situazione ben presto portò a conflitti e liti continue tra loro, la più forte fu quella che avvenne tra due donne dirimpettaie. La signora Novalida, famosa per essere la pettegola più cattiva di tutta la Cerasarella, era una devota convinta, passava le sue giornate tra una preghiera nella chiesa del Carmelo e un pettegolezzo nella scalinata rionale. Sembrava conoscere tutti, ogni segreto, ogni pettegolezzo vero o presunto passava per la bocca della Novalida e quando poteva ci metteva anche del suo per renderlo ancora più plateale. Difronte la sua abitazione viveva la signora Rosina, era la donna più riservata dell’ intera città, devota ai suoi nipoti, la si vedeva in giro solo per recarsi alla putijha[iv] per far loro da mangiare ed è proprio con queste due donne che il Monaco Fajietto fece quello che mai avrebbe dovuto fare: entrò in casa della Novalida e dal suo salone rubò un calice tutto d’ oro, regalo prezioso delle sue nozze e lo lanciò all’ interno della canna fumaria della signora Rosina.

Urla per la strada, la signora Novalida volle entrare in ogni casa per controllare di persona che nessuno avesse preso la sua coppa. La gente cominciò ad uscire dalle proprie abitazioni, curiosa. Rosina, dolce e disponibile come sempre, fu lei ad aprire la porta della sua casa e quando la megera entrò lo riconobbe immediatamente, nascosto dalla cenere e dai resti dei ciocchi di legno, brillava quella coppa maledetta. Il Monaco Fajietto fremeva dalla gioia, nell’ angolo della stanza emetteva urla stridule di gioia, sgranò gli occhi felice quando la Novalida colpì Rosina, la trascinò fuori urlando ogni cattiveria e umiliandola difronte al quartiere intero. Il folletto sogghignava beatamente, rotolò giù per la discesa a gradini, tenendosi la pancia per il troppo ridere, fu proprio Sasà tra la folla che riuscì a bloccarlo con il piede e a strappargli il berretto rosso che portava in testa. Al Monaco Fajietto sembrava l’ avessero avvolto le fiamme dell’ inferno, cominciò a piangere e dimenarsi, il sorriso che prima lo accompagnava si trasformò in una maschera di dolore, supplicò Sasà affinchè gli restituisse il suo prezioso cappello.

 

«Ti prego spilungone!»

 

Piangeva con la voce rauca simile a quella degli ubriaconi che nelle notti di festa si ritrovano nelle bettole.

 

«Farò qualunque cosa per te, ma ridammi il mio cappello!»

 

Il ragazzo era molto divertito e soddisfatto, per nulla al mondo avrebbe restituito il cappello al folletto.

 

«So che sei tu a venir di notte nei miei sogni e forse in quelli di tutti qui!»

 

Lo rimproverò.

 

«Perché lo fai?»

 

 

«Oh, Sasà Sasà, ma per movimentare il tuo sonno! Ogni sera ti addormenti con quella Carmela in testa, che sogni noiosi i tuoi ragazzo mio».

 

Rispose disgustato.

 

«Io porto novità, azione e dinamicità».

 

Inchino, pugno chiuso e petto in fuori, orgoglioso nell’ esporre la sua propaganda degli incubi.

 

«No, non solo brucerò il tuo cappello, ma dirò a tutti i Monteleonesi che sei tu ad entrare nelle loro case e rubare i loro oggetti, ti ho visto come ridevi mentre commare Rosina e la signora Novalida si strappavano i capelli e così ti cattureranno e ti rinchiuderanno nella torre del castello».

 

Lo minacciò, ma il Monaco Fajietto più che spaventato per la sua prigionia era disperato per il suo berretto.

 

«Se mi darai il cappello io ti darò un tesoro, il tesoro che ho nascosto qui in casa tua».

 

Sasà lo guardò sconvolto e si voltò verso il suo misero alloggio, tenendo il cappello del Monaco Fajietto più in alto possibile in modo che questo non riuscisse a rubarlo.

 

«Deficiente! Non in casa tua, ma all’ interno».

 

Si guardò intorno, la gente era ancora attirata dalle urla delle due donne, infilò una mano all’ interno della crepa nel muro, muoveva le spalle e la lingua a ritmo delle sue dita pelose e tirò fuori la sua preziosa pignatta piena di monete d’ oro.

 

«Il cappello che tieni in mano per il mio tesoro! Ma bada bene, nessuno dovrà sapere che sono stato io a dartelo. Giuraaa!!!»

 

Chiese disperato e fuori di se, quella pignatta per lui era di un valore inestimabile, avaro com’ era, ma quel cappello sembrava essere molto più prezioso. Sasà ci pensò per qualche istante, era attratto dal luccichio delle monete, immaginò la sua vita accanto a Carmela, felice con tutto quell’ oro che di certo gli avrebbe cambiato l’ esistenza, ma allo stesso tempo non si fidava. Lanciò il berretto contro il Monaco Fajietto e prima che questo potesse gabbarlo con uno dei suoi dispetti, afferrò la pignatta e corse via.

 

«E sparisci anche da Monteleone, siamo stanchi dei tuoi dispetti!»

 

Correva il ragazzo su per i gradini voltandosi indietro per paura che il folletto potesse vendicarsi con qualche strano incantesimo, ma questo non sembrava neanche sentirlo, baciava e stringeva il cappello rosso contro le labbra secche, felice di riaverlo con se, ballava lanciandolo in aria e riprendendolo al volo.

Passarono i mesi, il quartiere della Cerasarella era tornato alla normalità, non ci furono né furti, né strani rumori. I pastori non trovarono più le code delle mucche annodate tra di loro o le criniere dei cavalli intrecciate. Le fanciulle finalmente poterono lavare i lunghi capelli senza dover prima ripulire l’ acqua da foglie e insetti di vario genere, infilati per provocazione e divertimento. Le donne si erano convinte che il demonio avesse lasciato la città definitivamente.

La nuova casa di Sasà era ormai terminata, un’ imponente costruzione sovrastava l’ intera scalinata, la sua vecchia casetta era ormai divenuta una stalla, accoglieva due pecore, un agnello e due conigli. La signora Novalida non aveva perso tempo e subito sparse la voce che le ricchezze di Sasà erano dovute a qualche furto di bestiame e che con quei soldi era riuscito a conquistare l’ amore di Carmela che prima neanche lo considerava. Quando il pettegolezzo arrivò alle orecchie del giovane questo fece di tutto per riacquistare credibilità agli occhi dei paesani, raccontò di una strana creatura presente in città:

 

«Amici miei, un malvagio folletto, tutto rosso con spietati occhi neri si nascondeva nelle nostre case! Amava rubare e generare incubi durante la notte»

 

Rivelò che i rumori che si udivano da dentro i cassetti o da sotto i letti erano provocati da questa mostruosa presenza e che lui stesso era riuscito a sconfiggere e a farlo allontanare dalla città.

 

«Quel giorno eravate tutti attratti da una furente lite e nessuno vide me mentre con forza e coraggio portavo tutti voi verso la liberazione. Non mi credete? Guardate la mia casa»

 

La indicò vantandosi.

 

«Tutto questo è stato possibile grazie al tesoro che io stesso rubai a quel folletto, un forziere pieno di monete, il giusto prezzo per i miei sforzi».

Enfatizzava plateale. Tutti l’ acclamarono, chi baciava le sue mani, chi corse a prendere olio e farina da regalare a questo eroe, salvatore di nome e di fatto!!! Ma Sasà non sapeva che il Monaco Fajietto era proprio lì, a pochi passi da lui, sul comignolo della sua casa ad ascoltare le sue gesta e cosa ancora più grave non sapeva che il Monaco Fajietto poteva essere si benevolo con chi desiderava, ma anche molto vendicativo quando si parlava male di lui e la vendetta che aveva messo in atto era tremenda.

Posizionò la sua pignatta davanti la casa di Sasà e in un istante crollò, le macerie cadendo si tramutarono in monete d’ oro che andarono a finire direttamente nella pentola di terracotta.

Venendo meno alla sua promessa e vantandosi di cose non vere Sasà perse tutto nel giro di pochi istanti, la sua disperazione si unì allo sgomento dei paesani e alla felicità del Monaco Fajietto che saltò da un tetto all’ atro pronto a ricominciare a tormentare gli abitanti con i suoi dispetti.

 

In molti oggi dicono di aver visto il Monaco Fajietto, giurano che sia stato lui a farli inciampare o impigliare in posti improbabili, a strappare loro di mano gli oggetti improvvisamente. Alcuni lo hanno addirittura visto per le strade della città, ma la sua zona preferita rimane quella della Cerasarella, probabilmente è lì che conserva ancora il suo tesoro. Chi ha avuto a che fare con lui sostiene che è impossibile riuscire a rubare il suo cappello, ma gli abitanti non si danno per vinti, specie i più giovani, poiché nonostante i numerosi dispetti sa essere amichevole e donare compensi, ma solo a patto di riuscire ad afferrare il suo berretto. I più pettegoli invece ne approfittano per recarsi nelle abitazioni dei loro vicini così ogni volta che manca un oggetto o mettono in giro pettegolezzi sul loro conto non perdono occasione di accusare il dispettoso Monaco Fajietto.

 

 

[i] Pignatta = Pentola di terracotta

[ii] Cururicchie = Dolci fritti di patate

[iii] Zippula = Frittella di patate ripiene di alici o uvetta

[iv] Putijha = Piccolo negozio alimentare